L’Uomo e la Città nella pittura di Mario D’Amico

Si inaugura giovedì 28 aprile 2016 alle ore 18,00 allo Spazio E di Milano, Alzaia Naviglio Grande, 4, la mostra personale di pittura di Mario D’Amico intitolata “L’Uomo e la Città”, a cura di Virgilio Patarini e organizzata da Zamenhof Art.

In esposizione nella vivace galleria milanese diretta da Valentina Carrera e situata sul Naviglio Grande in uno dei cortili più caratteristici della “Vecchia Milano” una ventina di lavori dell’artista romano: quadri figurativi stilizzati d’ispirazione Metafisica, caratterizzati da una tavolozza tenue e poetica dai colori pastello e la capacità di affrontare con leggerezza al limite dell’elegia temi cruciali e tragici della nostra vita contemporanea come la solitudine, l’alienazione metropolitana, la cementificazione dilagante.
La mostra proseguirà fino al 6 maggio, tutti i giorni dalle 15 alle 19, domenica e festivi dalle 11 alle 19, lunedì chiuso. Ingresso libero


L’Uomo e la Città

Mario D’Amico fa una pittura senza tempo. Eppure con questa pittura è capace di raccontarci il nostro tempo con precisione algebrica e con toni di struggente elegia.
Il rapporto tra l’Uomo e la Città è al centro della sua indagine paziente, minuziosa, precisa eppure mai ridondante, mai retorica, capace di invenzioni poetiche e metaforiche. 

Mario D’Amico fa una pittura che gioca col tempo: lo dilata, lo sospende. E in questo tempo sospeso, dilatato, l’Uomo e la Città affiorano alla luce tenue delle nostre coscienze per quello che sono oggi, tra solitudini e alienazioni, in un rapporto sempre in qualche modo sbilanciato. O l’Uomo è una minuscola, scialba figurina indistinta che a malapena si scorge tra i Palazzi squadrati e incombenti, e la Città regna sovrana e silenziosa, gigantesca e ineffabile; Oppure viceversa, un Uomo enorme ma senza volto sovrasta i Palazzi per spostarli, sradicarli e trapiantarli altrove o per piantare sopra ognuno di essi un minuscolo scheletrico alberello, nel tentativo titanico e forse velleitario di dare vita ad una nuova più “umana”, ragionevole piuttosto che razionale, urbanizzazione.


Mario D’Amico fa una pittura d’altri tempi, anche tecnicamente. Piccoli formati. Olio su tela. Eppure ogni suo quadro è un’epifania di assoluta attualità: un’epifania che di volta in volta ci rivela un’aporia -aperta come una ferita- o un’utopia – bruciante e disattesa come un sogno che al risveglio si dissolve- dei nostri tempi inquieti.

E in tutto quel silenzio assordante, in tutti quegli uomini senza volto, manichini di spiccata umanità, in tutti quei palazzi squadrati, in tutte quelle città sospese, astratte eppure così concrete… in tutti quegli enigmi, in tutte quelle metafore poetiche, sfumate eppure così definite, non possiamo non scorgere con evidente ambiguità una diretta discendenza dalla Metafisica di De Chirico e di Carrà: De Chirico per i temi, Carrà per la tavolozza. Eppure non c’è nulla di anacronistico in questa pittura d’altri tempi. Forse potremmo chiamarla “Metafisica 2.0”.

Virgilio Patarini

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